lunedì 1 maggio 2023

Etimologia delle Parole: BARBARO

In principio erano barbari…?

Per saperlo dobbiamo andare nel Vicino e Medio Oriente ma di molti millenni fa, là dove la scrittura e la storia iniziarono il loro corso, e dove oggi possiamo trovare le tracce di unità tra due parole: lingua e nazione.

Tralasciando la narrazione biblica della torre di Babele dalla quale iniziò, secondo il mito, la moltiplicazione degli idiomi e dei popoli, risulta invece curioso sapere come inizialmente la divisione tra lingua e nazione non vi fu in quella mezzaluna fertile che studiamo sui libri sin dalle elementari.

Nell’antica Mesopotamia, terra che ha visto passare regni, dinastie e primi imperi, i vari popoli, abituati a spostarsi da una terra all’altra, non si posero mai il problema della “nazionalizzazione”, ma abbracciarono nel corso della loro storia stirpi diverse e adottarono più lingue comuni (aramaico, elamico, eblaita, ittita, accadico, persiano…) che coesistevano come lingue amministrative, ufficiali e in parte religiose. Molti sono gli esempi di stele e tavolette con testi scritti in tre lingue diverse: si pensi ad esempio alla Stele di Rosetta, scritta in geroglifico, demotico e greco ma anche le Iscrizioni di Bisotun dove il testo che circonda le immagini è scritto in babilonese, persiano ed elamita.

Detto questo, allora, da dove nasce il concetto di Barbaro come straniero e diverso?

venerdì 19 agosto 2022

Etimologia delle parole: BRISCOLA


La briscola è sicuramente uno dei giochi tradizionali italiani più popolari e la sua diffusione in tutto il territorio nazionale ha permesso la nascita di innumerevoli varianti locali. La versione standard prevede l'impiego di un mazzo da quaranta carte che vada dall'Asso al Re (senza dunque 8, 9 e 10, valori che vengono assorbiti dalle figure) di qualsiasi tipologia (a seme spagnolo, italiano o francese). Si tratta di un gioco di prese, cioè un gioco che ha l'obiettivo di prendere (o in alcuni casi far prendere all'avversario) un certo numero di carte e di un certo tipo o valore stabilito dalle regole del gioco stesso. Nello specifico della briscola hanno valore gerarchico decrescente l'Asso, il 3, il Re, il cavallo (o la donna nei semi francesi) e il fante, sui quali domina il seme di briscola, stabilito dalla prima carta girata dal tallone all'inizio della partita; tutte le altre carte non hanno valore (sono per questo dette scartine o lisci) e non è previsto un punto per chi si aggiudica più prese, come invece nella scopa.

Il gioco della briscola, così come il suo nome e le sue regole sono di origine abbastanza oscura. Pertanto, intorno all'etimologia del nome sono sorte molte teorie. In linea generale molti concordano su una derivazione dal francese brisque. In effetti, questo termine è utilizzato nel gergo di alcuni giochi francesi affini alla briscola come per esempio il Brusquembille e la Bazzica, a loro volta forse originari del nord Europa. C'è da rilevare che brisque era anche un termini militaresco in uso nell'esercito francese, che per buona parte dell'ottocento ha transitato per l'Italia: e poiché le prime attestazioni della briscola risalgono proprio alla prima metà del XIX secolo (ma potrebbe essere molto più antica), alcuni hanno avanzato l'ipotesi che lo stesso gioco sia nato a imitazione di quelli in voga fra i soldati francesi.

Secondo un'altra teoria, più suggestiva ma considerata meno attendibile, brisque sarebbe collegato al basso tedesco britze "lancia, frusta" o al germanico brec "rompere, spezzare" (cfr. break inglese). All'idea del percuotere si rifanno anche l'usanza di chiamare carichi le carte più forti del gioco (asso e 2) e il fatto che uno dei semi tradizionali in uso nella maggior parte delle carte italiane è proprio bastoni. Inoltre, nella tradizione popolare, vige spesso l'usanza di sbattere, anche con una certa veemenza, le carte giocate sul tavolo, specialmente se queste sono di valore molto alto. Segnaliamo infine che, ancora oggi, briscola può essere usato come sinonimo di "percossa", da cui deriva anche il verbo briscolare per "picchiare, percuotere".

Un'ultima teoria vorrebbe invece che briscola derivi da bresigola o versigola (ma le varianti sono molteplici), termine derivato dal gergo dei tarocchi, antico gioco che prevedeva un sistema di prese da cui sarebbero derivati la stessa briscola odierna, la scopa e altri giochi affini: si trattava in origine di una combinazione di trionfi (le carte di rango superiore dei tarocchi) che permetteva di aggiudicarsi un certo numero di punti (similmente a quanto avviene nella scopa con gli ori o la primiera).

lunedì 15 agosto 2022

Etimologia delle parole: FERRAGOSTO


Il Ferragosto è considerato un giorno speciale da parte di molti italiani, non solo perché oggi si festeggia l'assunzione di Maria al Cielo, ma anche perché è ormai da parecchio tempo sinonimo vacanze e divertimento. In effetti, così come lo stesso mese di agosto è per eccellenza il mese delle ferie estive, il giorno di Ferragosto ne è considerato l'apice. Ma questa data è importante anche dal punto di vista astronomico, in quanto inizio del definitivo declino dell'estate e quindi preludio all'arrivo dei mesi freddi.

Questa particolare centralità che assume il giorno di Ferragosto affonda le sue radici nell'antica Roma. Il termine deriva infatti da Feriae Augusti, cioè "vacanze di Augusto", una festa istituita dal primo Principe romano nel 18 a.C., l'anno stesso in cui ricevette la nomina, e che inizialmente durava per tutto il mese di Agosto, che da lui appunto prende il nome. Fu solo con l'avvento del cristianesimo che nei secoli la festività romana venne spostata al 15 del mese, in concomitanza con l'Assunzione di Maria.

Della festa pagana tuttavia conserviamo ancora molti aspetti: come già presso gli antichi, è infatti considerato un giorno di riposo e di svago, oggi dedicato alle gite fuori porta o alle feste in spiaggia, fra tanto sole e mare. Anche il famosissimo Palio dell'Assunta di Siena (che però si tiene il 16), probabilmente è un retaggio delle antiche corse equestri che si tenevano in origine.

martedì 28 dicembre 2021

Origine dei modi di dire: L'AMICO FRITZ

Una delle espressioni più diffuse nella nostra lingua, da nord a sud del paese, è "l'amico Fritz". Quante volte abbiamo fatto riferimento a qualcuno definendolo "l'amico Fritz"? Si tratta di un modo di dire che si usa per parlare di qualcuno a noi noto senza però chiamarlo per nome, in un certo modo al contrario di "pincopallino", che invece è utilizzato per parlare di un individuo qualunque. Oggi viene utilizzato in tutte le situazioni, con tono abbastanza neutro, come appellativo scherzoso senza un particolare significato, ma in origine designava un personaggio con particolari caratteristiche, eccentrico, estroso o comunque speciale, oppure, ironicamente, un personaggio che vanta quelle stesse caratteristiche senza però averle.

Ma da dove viene questo modo di dire? Come molte espressioni idiomatiche della nostra lingua, anche questa trova origine nell'opera lirica. Nello specifico, L'Amico Fritz è il titolo di una commedia musicale scritta da Nicola Daspuro e musicata da Pietro Mascagni, a sua volta tratta dall'omonimo romanzo, poi divenuto dramma, della coppia Erckmann-Chatrian. Lo scapolo Fritz Kobus, ricco e generoso possidente ma restio a contrarre matrimonio, scommette con l'amico David che quest'ultimo non riuscirà mai a convincerlo a sposarsi. Ma quando conosce Suzel, figlia del suo fattore, presto finisce per innamorarsiene. Per non venir meno alla sua fama di scapolo d'oro, Fritz tiene inizialmente celati i suoi sentimenti. Quando però viene a sapere che Suzel è promessa sposa ad un uomo che non ama, non può più tratenersi e confessa il suo amore e l'intenzione di volerla prendere lui per moglie. David ha dunque vinto la scommessa, ma ne cede il ricavato a Suzel come dono di nozze.

(per gentile concessione di Euterpes Domus)

domenica 16 maggio 2021

Etimologia delle parole: CORNO INGLESE


Già conosciuto nel XVIII secolo come sviluppo dell'oboe da caccia barocco, il corno inglese ebbe grande diffusione a partire dal XIX. Si tratta di un oboe contralto, tagliato una quinta sotto rispetto a quello ordinario, ma con caratteristiche costruttive che ne distinguono decisamente il timbro, più rotondo e meno incisivo, da quello del suo fratello più piccolo. Ma che cosa avrebbe di inglese questo strumento da valergli questo nome? In realtà, è molto probabile che l'aggettivo inglese provenga da una errata interpretazione del francese anglé (angolato), che ha la medesima pronuncia \ɑ̃.ɡle\ di anglais (inglese): questo perché, in origine, il corno inglese aveva una forma appunto "angolata". L'errore si è pepetrato nel francese stesso (dove appunto è chiamato tuttora cor anglais) per poi diffondersi nelle altre lingue (ing. english horn, ted. englicshhorn, rus. Английский рожок etc...).

(per gentile concessione di Euterpes Domus)

sabato 15 maggio 2021

Etimologia dei nomi di luoghi: DOLOMITI


I Ladini hanno chiamato per lungo tempo le Dolomiti "lis montes pàljes" (i monti pallidi), per il loro colore chiaro, che contrasta con quello più cupo dei monti vicini. Secondo una leggenda ladina, sarebbero stati i Silvani, i nani dei boschi e delle caverne, a rendere più chiare le rocce, filando i raggi della Luna per tessere poi, intorno alle cime, una rete sottile e luminosa. L'avrebbero fatto perché la figlia del Re della Luna, sposa del Re delle Dolomiti, non avesse nostalgia del suo mondo lontano, perennemente bianco e lucente. E le stelle alpine sarebbero un dono della principessa portato dalla Luna.

Il nome "Dolomiti", invece, nato poco più di duecento anni fa e divenuto popolare solo all'inizio del Novecento, non ha un'origine altrettanto poetica. Nel 1789 il marchese Déodat de Dolomieu compì un viaggio di studio nel Tirolo meridionale; lungo la strada fra Trento e Bolzano raccolse campioni di una roccia chiara, simile al calcare ma che, a differenza di quest'ultimo, non reagiva quando veniva bagnata con acido cloridico. Si scoprì che i campioni erano composti di un minerale quasi sconosciuto, un carbonato di calcio e magnesio al quale fu dato il nome di "dolomite", in onore del marchese, mentre "dolomia" fu chiamata la roccia di colore chiaro che lo conteneva. Quando, nella seconda metà dell'Ottocento, i primi turisti e alpinisti inglesi scoprirono il fascino dei monti sudtirolesi, nei loro resoconti di viaggio iniziarono a scrivere di "Dolomite Mountains", "Dolomite district", "Dolomite region", da cui deriva il nome dell'intera area.

A rendere peculiare il paesaggio dolomitico, però, è soprattutto il fatto che la dolomia si trova raccolta in imponenti gruppi isolati e circondati da ampie valli, la cui origine è molto lontana nel tempo. Circa duecento milioni di anni fa, in un mare poco profonto, dalle acque calde e agitate, si formarono scogliere coralline: poiché il fondale si abbassava lentamente, i coralli, le alghe e miriadi di altri piccoli organismi continuavano a innalzare le loro costruzioni per restare vicini alla luce, come sta accadendo ora negli atolli del Pacifico. Le rocce che nascevano da quel brulichio di vita erano calcari e dolomie, che raggiunsero uno spessore di centinaia di metri.

Successivamente le acque divennero torbide per l'entrata in attività di numerosi vulcani: coralli e alghe si estinsero e furono ricoperti da lave e tufi. Quando il mare tornò limpido, si formarono altri calcari e dolomie, e tra una scogliera e l'altra si depositarono  rocce più tenere, come marne e arenarie. Quando la catena alpina si innalzò, queste formazioni emersero dal mare e lentamente l'erosione liberò dal mantello di altre rocce le scogliere, che ora si ergono alte e isolate a formare i "gruppi monolitici".

Solo al tramonto, nei giorni sereni, le cime si addolciscono, illuminandosi per pochi attimi di un caldo colore rosato che incanta da sempre i viaggiatori come gli abitanti del posto. Un'altra leggenda ladina racconta, infatti, che un tempo lì si trovasse il regno dei nani, ricco di favolosi tesori, e che sulle vette fiorisse un giardino di rose rosse. Finché un giorno il re Laurino, per salvare il proprio popolo dall'invidia degli altri, pietrificò il roseto in roccia grigia, «perché non fosse più visibile, né di giorno né di notte». Ma re Laurino, nel suo incantesimo, dimenticò il crepuscolo, che non è più giorno e non è ancora notte; da allora al tramonto, per un breve attimo, rivive il "giardino delle rose". Ed è proprio così: il tempo ha operato un incantesimo sulle Dolomiti, cristallizzando per sempre un giardino di coralli.

(Tratto da Mario Tozzi, Viaggio in Italia - 100+9 emozioni da provare almeno una volta prima che finisca il mondo, 2009, DeAgostini)

giovedì 13 maggio 2021

Etimologia dei Dialetti: BAUSCIA

Milano è considerata la città italiana degli affari per eccellenza. Centro industriale e imprenditoriale prima ed ora finanziario, ancora oggi, nonostante il suo lustro conosca ormai da decenni un forte declino, richiama alla mente una città dinamica, aperta e moderna. Di queste caratteristiche i milanesi ne sono sempre stati consapevoli e spesso ne hanno fatto sfoggio anche ben oltre i loro effettivi meriti. E, come spesso accade, per esprimere appieno questo atteggiamento orgoglioso che può scadere facilmente nella boria e nella superbia, più che all'italiano si deve ricorrere al dialetto, milanese in questo caso, dove esiste una parola specifica:
 bauscia (scritto anche baüsciapronuncia /baˈyʃa/). Il significato di questo termine è appunto "fanfarone", "spaccone": si diceva un tempo di quegli imprenditori che si vantavano impropriamente di avere uno spiccato senso per gli affari ed ora, per estensione, a tutti i milanesi e i lombardi che vantano ingiustamente qualità superiori che spesso non hanno.

Se chiedete a un milanese di spiegare l'origine di questa parola, vi dirà senza ombra di dubbio che il suo significato autentico è "bava", "saliva" (da cui derivano anche sbauscià, "sbavare", bauscina, "bavaglina per bimbi" e consimili): il bauscia, per analogia, è dunque colui che annega nella bava prodotta dalla sua boria e dalla sua superbia. "Chi si loda si imbroda" quindi, o, per meglio dirla alla milanese, "el se sbauscia adòss".

In realtà l'etimologia di questo termine sembrerbbe derivare da un termine longobardo che significava in origine "gonfiarsi" (cfr. tedesco bauschen). Stando così le cose, dunque, sarebbe proprio il fanfarone ad essere il bauscia, cioè colui che si "gonfia" della sua boria e solo per estensione venne poi associato alla bava che produce sperticandosi nelle mirabolanti autocelebrazioni di sé stesso.

Una curiosità. Negli anni bauscia è venuto designando i tifosi dell'Inter, una delle due squadre calcistiche di Milano, proprio perché storicamente a questa tifoseria appartenevano figli di papà e ricchi industriali, in contrapposizione a casciavìt (cacciaviti), che designava invece i tifosi del Milan, l'altra squadra, fra cui si annoveravano invece i proletari e gli operai.